5 motivi per cui l’economia è politica

Nella prima lezione Ha-Joon Chang ha cercato di dimostrare come l’economia non sia una scienza esatta, poiché esistono varie teorie economiche e nessuna di esse può pretendere di fornire una spiegazione del “tutto”. Il ciclo di lezioni prosegue con un approfondimento sui motivi per i quali l’economia non può esulare dal dibattito politico, e quindi democratico.

Lezione 1.2

Cinque motivi per cui l’economia è politica

La tesi di Ha-Joon Chang, secondo cui l’economia non sarebbe una scienza oggettiva ma deve essere inclusa all’interno del dibattito politico, viene sviluppata nella seconda parte della prima lezione. In particolare, sono cinque le ragioni per cui l’economia non può sottrarsi a un giudizio di valore:

1. Politica governativa

L’economia riguarda sempre le politiche dei governi. Le scelte in campo economico, infatti, rientrano sempre nella politica intrapresa da un determinato governo, anche nel caso in cui uno Stato decidesse di adottare strategie improntate al laissez-faire.

2. L’influenza della politica

Teoria economica e politica si influenzano a vicenda. Ad esempio, un governo può decidere di investire in determinati ambiti di ricerca, tra cui quello economico, e in questo modo avrà un’influenza sulla qualità e sui risultati delle indagini. Viceversa, la teoria economica influenza la forma del governo e anche le sue iniziative (anche scegliere di puntare sulla privatizzazione coincide con una scelta politica).

3. I giudizi di valore

Le teorie economiche contengono sempre giudizi di valore, e dunque sono intrinsecamente politiche (e, di conseguenza, i loro assunti possono essere discussi e criticati). Per esempio, Vilfredo Pareto con il suo principio sostiene che un cambiamento sociale non può essere definito come “miglioramento” se finisce per peggiorare le condizioni di vita anche di una sola persona. Alla fine del XIX secolo, al contrario, l’utilitarismo di Jeremy Bentham si schierò a favore della felicità della maggioranza. Come individuare il limite tra le due posizioni, laddove la prima rischia di difendere eccessivamente lo status quo e l’altra di affermare la tirannia della maggioranza?

4. Relazioni di potere

Le relazioni di potere influenzano l’economia. Non si tratta solo del potere del mercato, ma anche quelli che Ha-Joon Chang definisce come potere strutturale (dato dalla differenza di reddito e di benessere tra la popolazione), potere decisionale all’interno delle organizzazioni e potere di influenzare il pensiero altrui. Anzitutto, il mercato detiene sempre un potere poiché, come sosteneva già Adam Smith nell’opera La ricchezza delle nazioni, le persone non potrebbero resistere più di alcune settimane senza lavorare. Se è vero che il Welfare State può contribuire a indebolire il potere del mercato, nel caso in cui quest’ultimo diventi troppo esteso si ha l’emergere – per fare un esempio legato all’attualità – della gig-economy, in cui i lavoratori sono obbligati ad accettare una privazione consistente dei propri diritti. Oltre al potere del mercato, anche le organizzazioni esercitano il proprio, se è vero, come afferma Herbert Simon, che l’80% delle decisioni viene preso all’interno di esse. Infine, il potere della propaganda consente all’élite di influenzare le persone in modo da convincerle ad agire contro i propri interessi e in difesa dello status quo. Karl Marx definiva tale convinzione con l’espressione di “falsa consapevolezza”.

5. Il mercato come costrutto

Infine, il mercato stesso è un costrutto politico. Questo segna il superamento di una visione, ampiamente diffusa nella società odierna, secondo cui la politica sarebbe dominata da passioni irrazionali, e dunque da estromettere, mentre il mercato potrebbe essere delimitato in modo scientifico. In realtà il mercato, da sempre, è regolato e definito sulla base di valori etici e politici. Si pensi al lavoro infantile, che un tempo era ammesso dal mercato, mentre oggi nessun economista si sognerebbe di difenderlo, e all’unanimità se ne chiede la definitiva proibizione.

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