Disuguaglianza: cosa significa e perché è importante parlarne

La Lezione 7 di Economics for People, il programma a cura del docente dell’Università di Cambridge Ha-Joon Chang, tratta il tema della disuguaglianza. L’economista sudcoreano prosegue con il sostenere la tesi secondo cui, al pari della globalizzazione o dello sviluppo tecnologico, anche questo fenomeno non è inevitabile ed esterno alle possibilità di intervento umano, ma anzi coincide con il risultato di determinate politiche economiche che in quanto tali possono essere ridiscusse e modificate.

Disuguaglianza: cosa significa e perché è importante parlarne

Dopo secoli di lotta contro ineguaglianze di vario tipo, con l’emergere del neoliberalismo molte persone hanno iniziato a credere che le differenze economiche tra le fasce della popolazione siano ineluttabili, condividendo l’idea sostenuta dell’élite politica e finanziaria. Addirittura, secondo la teoria del trickle-down, consentire a chi è già ricco di diventarlo sempre di più dovrebbe avere ricadute positive anche sulla condizione dei poveri.

Come misurare la disuguaglianza

Ma come si misura la diseguaglianza di reddito? Esistono vari indici. Il coefficiente di Gini misura la differenza tra la linea ideale di distribuzione equa e la curva di Lorenz, che indica invece l’effettiva distribuzione del reddito; l’economista francese Thomas Piketty ha analizzato di recente l’elevatissima percentuale di reddito detenuta da una ristretta élite economica. Attraverso il Palma ratio – dal cognome dell’economista cileno che lo ha ideato – si può invece misurare il rapporto tra la quota di reddito detenuta dal 10% della popolazione più ricca in relazione al 40% di quella più povera.

Secondo il coefficiente di Gini, le società che garantiscono maggior eguaglianza economica si trovano in Europa, e corrispondono ad economie con un forte Welfare state (Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Olanda, Svezia e Norvegia), oltre alle repubbliche dell’ex blocco sovietico (Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Slovenia). Le nazioni con più diseguaglianza si trovano invece nel sud dell’Africa (Botswana, Madagascar, Namibia, Sud Africa), in America Latina e nel Sud-Est Asiatico, mentre in Europa troviamo la Georgia. Prendendo in considerazione il palma Ratio, l’eguaglianza risulta essere maggiore in Paesi come Slovacchia, Islanda, Slovenia, Norvegia, Danimarca, mentre le differenze economiche sono tra le più elevate in Sudafrica, Haiti, Botswana e Namibia.

Le conseguenze della diseguaglianza

Dagli anni Settanta in poi, la diseguaglianza di reddito è cresciuta in almeno due terzi dei Paesi nel mondo. La “marea rosa” in Sudamerica aveva attenuato gli effetti delle disparità economiche, ma ora i governi di destra, in varie nazioni sudamericane tra cui il Brasile di Bolsonaro, hanno arrestato questo fenomeno positivo.

L’ineguaglianza economica, afferma Ha-Joon Chang, è un fenomeno inaccettabile per varie ragioni: etiche, economiche e sociali. Anzitutto è ingiusta in quanto i fattori che influiscono maggiormente sulla possibilità di percepire un reddito elevato, sono determinati dal caso (pensiamo all’impatto che hanno sulle prospettive economiche il luogo di nascita e la famiglia). Inoltre la diseguaglianza rende impossibile concepire una nazione come una vera comunità – tesi esposta già da Benjamin Disraeli in Sybil, o le Due Nazioni (1845) – e finisce per compromettere la stabilità del sistema democratico. A livello economico, inoltre, la diseguaglianza produce conflitti sociali, che minacciano gli investimenti, e produce barriere alla mobilità sociale. Più cresce la diseguaglianza, infine, più si abbassa anche il livello medio di salute, educazione e sicurezza.

Come possiamo ridurre l’ineguaglianza? Per Ha-Joon Chang anzitutto, bisogna smentire l’ipotesi secondo cui essa sarebbe prodotta da “forze naturali”, in quanto tali incontrastabili. Il primo passo per creare un mondo più giusto, infatti, consiste nel riconoscere che l’ineguaglianza non è inevitabile. Dopo aver riconosciuto ciò, i governi, attraverso politiche di redistribuzione e di tassazione, o con la regolamentazione del mercato, devono mettere in atto tutte le strategie possibili per ridurre le differenze economiche della popolazione.

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