“La società dello spettacolo” di Guy Debord

La società dello spettacolo (1967) di Guy Debord anticipa uno dei cambiamenti più profondi in atto nella società moderna, talmente pervasivo da essere considerato inseparabile della realtà in cui viviamo: la spettacolarizzazione dell’esistenza umana.

La schiavitù del determinismo storico

La trasformazione della storia e della società in spettacolo, da fruire passivamente, è avvenuta in modo graduale fino a non essere più percepita. Infatti, il divenire storico si è appiattito in un eterno presente che ripropone ciclicamente le medesime tappe, scandite dal tempo della produzione e da quello (limitato e regolato) dello svago e della vacanza. La realtà storica, che si ripete continuamente, viene anche percepita come immutabile: non può essere cambiata e deve essere accettata in modo deterministico.

Certamente è ancora possibile muovere delle critiche interne al sistema capitalistico, ovvero schierarsi a favore di determinate riforme, partiti o leader politici (per quanto il drastico calo di interesse nei confronti della politica tradizionale sia uno dei sintomi della diffusa rassegnazione di fronte allo status quo). Tuttavia, la cornice – ovvero l’esistenza del sistema neoliberista e l’evidenza certa dei dogmi dell’economia neoclassica – non viene mai contestata né messa in discussione.

Produci e consuma

La critica sociale dunque, se ancora sussiste, diviene parte dello spettacolo che la società stessa ha allestito. Secondo Debord, all’apparenza, l’unica reazione possibile consiste nella resa di fronte ad una realtà che non può essere modificata. Per un intellettuale, ciò corrisponde al silenzio: in altri termini, se la contestazione viene inglobata dal sistema contro cui si scaglia, non resta altra soluzione che l’auto-esclusione e l’isolamento.

Espropriato del tempo – che ormai è tempo dell’alienazione lavorativa e del consumo – e dello spazio, sottomesso alle leggi del produttivismo e dello sfruttamento delle risorse, alle persone non resterebbe che ripiegare verso la dimensione della contemplazione passiva delle merci, ormai smaterializzate, che la società propone con sempre maggior insistenza. La società dello spettacolo diviene oggi quella dell’intrattenimento infinito, con contenuti sono sempre aggiornati e fruibili ovunque, grazie alle numerose piattaforme digitali: stories sempre nuove sui social, video su YouTube e Netflix, ecc.

La contestazione viene “normalizzata”

Il processo di mercificazione, come si è accennato, sembra appropriarsi anche dei contenuti culturali che, potenzialmente, potrebbero costituire un antidoto contro la commercializzazione dell’esistenza. Per fare alcuni esempi: la disciplina orientale dello yoga, privata della sua natura iniziatica, nella società moderna viene ridotta a corsi online per combattere lo stress, e dunque aumentare la produttività dei lavoratori. Allo stesso modo, il pensiero di scrittori e intellettuali critici nei confronti del modello culturale dominante, quando non viene ignorato, è confinato nello specialismo accademico o nella chiacchiera da festival, e così smarrisce la propria carica rivoluzionaria. L’unica critica consentita resta quella di chi si accontenti di ricevere l’applauso degli spettatori, ma non può illudersi di cambiare alcunché della realtà esistente.

Per una critica radicale

Come possiamo evitare di trascorrere una vita da spettatori? L’indicazione arriva dallo stesso filosofo francese, e solo mantenendosi a questa altezza, ovvero rifiutando ogni tipo di compromesso con la società dello spettacolo, potrà essere possibile avviare un cambiamento autentico del mondo esistente:

L’organizzazione rivoluzionaria non può essere che la critica unitaria della società, cioè una critica che non scende a patti con nessuna forma di potere separato, in nessun punto del mondo, e una critica pronunciata globalmente contro tutti gli aspetti della vita sociale alienata. (p. 121)

Anzitutto bisogna riconoscere che la realtà, ovvero questa precisa conformazione storica del mondo, non è immutabile, ma può essere orientata verso un’altra direzione. Un compito per nulla scontato, dopo decenni di dogmatismo economico e politico che a questa prospettiva hanno opposto la perentorietà del “there is no alternative“: non c’è alternativa al modello dominante.

Diventa poi necessario riprendere contatto con le energie creative e immaginative, sottraendo tempo alla fruizione passiva, ma anche alla condizione, solo all’apparenza più attiva, del prosumer, che finisce per assecondare con i propri contenuti le richieste del mercato. Il tempo sottratto allo spettacolo diventa tempo da dedicare al lavoro interiore, per tornare alla fonte del nostro desiderio e del nostro pensiero. Solo da queste profondità potrà nascere un agire più libero e quindi davvero rivoluzionario, e potremo ristabilire un ruolo da protagonisti della storia, personale e collettiva. Quale mondo potremo immaginare dopo aver de-colonizzato il nostro immaginario? Quale libertà creativa riverseremo nelle nostre attività e nella nostra esistenza?

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