Perché alcune nazioni sono povere e altre ricche?

L’economista sudcoreano Ha-Joon Chang, docente presso l’Università di Cambridge, prosegue la serie di lezioni del ciclo Economics for People interrogandosi sui fattori che hanno determinato la disparità economica tra i Paesi del mondo. Anche in questo caso, tale situazione non sembra determinata da fattori intrinseci e dunque ineliminabili, ma sarebbe dovuta a precise scelte di politica economica.

Lezione 5

Perché alcune nazioni sono povere e altre ricche?

Questa domanda è presente fin dai primi trattati economici, ad esempio nel celebre saggio di Adam Smith intitolato La ricchezza delle Nazioni. Ciò che è certo, è che dal colonialismo fino ai giorni nostri il divario tra nazioni ricche e povere è aumentato, sia in termini di reddito pro capite che di qualità della vita.

Il protezionismo britannico

Generalmente si sostiene che la crescita economica sia dovuta alle politiche economiche liberali attuate nei Paesi occidentali, ed è per questo motivo che tali stesse politiche sono state imposte ai Paesi in via di sviluppo. In realtà, se si guarda alla storia, nazioni quali Gran Bretagna e Stati Uniti d’America hanno avuto la possibilità di svilupparsi adottando ben altre politiche di carattere economico.

Fino al XVII secolo la Gran Bretagna, infatti, ricorda Ha-Joon Chang, attuava politiche di tipo protezionistico a tutela dei produttori di lana del Paese. Con l’avvento del Primo Ministro Robert Walpole, nel 1721, che era stato chiamato a risolvere la cosiddetta “bolla della South Sea Company“, questa protezione venne estesa anche ad industrie inglesi meno competitive, attraverso l’adozione di sussidi. Questa situazione perdurò almeno fino al 1820, anno in cui la Gran Bretagna era la nazione con le tariffe industriali più alte al mondo.

Protezionista tra i propri confini, la Gran Bretagna, però, come fece notare Friedrich List, iniziò ad imporre ai Paesi colonizzati le politiche del libero mercato (che ovviamente all’epoca era dominato dagli inglesi). I Paesi “poveri”, perciò, non ebbero la possibilità di far crescere le proprie industrie applicando tariffe protezionistiche, come invece aveva fatto la Gran Bretagna.

Gli Stati Uniti di Hamilton

Negli Stati Uniti Alexander Hamilton, ministro del Tesoro a partire dal 1789, teorizzò la necessità di proteggere quelle che definì “industrie nascenti”. Adam Smith invece all’epoca sosteneva che queste politiche avrebbero ritardato il progresso degli Stati Uniti. Hamilton morì nel 1804, ma in molti si rivelarono favorevoli alle sue idee, e gli Stati Uniti aumentarono in maniera considerevole le tariffe per favorire la crescita delle proprie industrie (ciò che in effetti avvenne). Tuttavia, anche gli Stati Uniti, dopo aver ottenuto questo risultato applicando la teoria protezionistica, iniziarono ad affermare la necessità da parte degli altri Paesi di aprirsi al libero mercato.

La presunta influenza dei fattori esterni

Ignorando la storia economica dei Paesi occidentali, gli economisti neoclassici fanno riferimento a fattori esterni per motivare il divario economico tra Paesi ricchi e poveri, tra cui: il clima tropicale, la posizione geografica, la sovrabbondanza di risorse naturali (che favorirebbe il fenomeno della corruzione), la diversità etnica, poiché porta all’insorgere di conflitti sociali, e ancora la scarsa efficacia delle istituzioni introdotte dagli europei nei Paesi coloniali, infine una cultura del lavoro inadeguata.

Tuttavia Ha-Joon Chang avanza delle critiche alla validità di questi fattori meta-strutturali. Anzitutto, essi sono rimasti i medesimi durante il periodo post-coloniale, eppure dalla crescita degli anni Sessanta e Settanta, i Paesi dell’Africa sub-sahariana sono passati a una decrescita che ancora perdura. Inoltre, Paesi con clima tropicale si sono comunque sviluppati nel tempo (Singapore), così come nazioni con climi artici come il Canada. Ancora: Paesi senza lo sbocco sul mare, quali Svizzera e Austria, non hanno risentito della loro posizione geografica. La ricchezza di risorse naturali di Stati Uniti, Canada e Australia, invece, non ha dato come esito livelli elevati di corruzione. La diversità etnica, poi, caratterizza anche nazioni quali Svizzera, Belgio e Taiwan. Infine, popoli come quello tedesco, giapponese e coreano venivano descritti come pigri e non cooperativi, fino a quando non hanno ottenuto i loro successi economici.

In conclusione si può affermare che i fattori meta-strutturali non siano in grado di descrivere la realtà dei Paesi in via di sviluppo, né tanto meno motivare il loro divario dalle nazioni più ricche. Il divario di ricchezza non è dovuto a fattori intrinseci che caratterizzerebbero le popolazioni e le nazioni, ma è causato dall’attuazione di determinate politiche economiche.

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