‘I cosiddetti sani’ di Erich Fromm: società e malattia

Come possiamo vivere bene in una società malata? Questa è la domanda a cui Erich Fromm, psicologo tedesco, approdò dopo una lunga esperienza clinica che sempre di più lo metteva di fronte a numerosi pazienti accomunati dalle stesse malattie psicosomatiche. Com’è possibile, si chiedeva Fromm, che individui così distanti l’uno dall’altro per età, carattere, storia personale, ma tutti ben integrati nella società, si rivolgessero a lui perché affetti dalle medesime difficoltà, quali senso di vuoto, carenza di significato, incapacità a stabilire relazioni soddisfacenti?

La patologia della normalità

Fromm, di fronte a questa condizione diffusa, ebbe il coraggio di mettere in discussione l’assunto secondo cui la società moderna potesse garantire il bene e la salute dei suoi cittadini, e negli anni Cinquanta del secolo scorso iniziò a interrogarsi su quella che definì la patologia della normalità. Lo psicologo tedesco rovesciò la visione tradizionale, che diagnosticava uno stato patologico agli individui che non fossero in grado, o si rifiutassero, di adattarsi alle norme della società in cui si trovavano a vivere. Secondo questa concezione, infatti, in una società in cui tutti i membri agiscono allo stesso modo, l’eventuale mal-funzionamento di uno di essi sarebbe il sintomo inequivocabile della sua malattia.

E tuttavia, Fromm muove un’obiezione a questa spiegazione, poiché essa si basa sull’assunto che la società in cui l’individuo vive sia “normale” in quanto tale. Da qui la deduzione secondo cui il mancato adattamento alla società sarebbe segno di a-normalità, ovvero di malattia. Fromm mette in dubbio questa presunta certezza, muovendo critiche alla sociologia e alla psicologia del suo tempo.

Cosa significa essere “normali”?

Prosegue inoltre con il citare un racconto di H.G. Wells, intitolato Il paese dei ciechi. In questo racconto un giovane si smarrisce sulle Ande ecuadoriane, dove vive una tribù di individui ciechi dalla nascita. Il giovane, che invece vede, viene considerato affetto da una strana e ignota malattia, e per questo è discriminato dalla tribù. Vorrebbe infatti sposarsi con una ragazza locale, ma il padre di lei si oppone alle nozze, pretendendo che il giovane si sottoponga prima a un’operazione che lo renda cieco. Il giovane fuggirà dalla tribù.

Per quanto una dose di conformismo sia necessaria per vivere nella società – una società priva di regole non potrebbe mai garantire una convivenza pacifica tra i suoi cittadini – il rischio, secondo Fromm, è che questa richiesta divenga totalizzante, soffocando l’individuo e impedendogli di realizzarsi seguendo la propria volontà. Esiste dunque una misura entro cui è importante per l’individuo adeguarsi alle norme e sentirsi parte integrante della società in cui vive, ma ciò che lo distingue in modo vitale e creativo dagli altri membri della società è la sua singolarità, il suo saper divergere dalle regole per costruirsi la propria esistenza.

Adattarsi o restare sani

Secondo la prospettiva introdotta da Fromm, quindi, a proposito della dimensione psicosomatica, i concetti di malattia e di sanità necessitano di essere ridiscussi. Paradossalmente, infatti, citando lo psicologo tedesco un individuo potrebbe “funzionare senza attriti” nella propria società, ma avere delle gravi carenze, ad esempio, a livello affettivo, relazionale o comportamentale. Al contrario, una persona potrebbe sentirsi inadeguata nella propria società, ma essere sana, nel caso in cui fosse l’ambiente dove vive ad esprimere valori distruttivi, come in una società fondata sulla guerra e sul conflitto.

Fromm, però, non afferma categoricamente una sola visione della realtà: non è sempre detto che la società sia malata, né, ovviamente, che un individuo che devia dalla norma sia più sano della società in cui vive. Tuttavia, nel contesto analizzato, ovvero la società occidentale della metà del secolo scorso, lo psicologo tedesco arriva a sostenere che le richieste della modernità producono alienazione e malessere diffusi, e che quindi solamente elaborando un diverso sistema di orientamento sia possibile evitare di ammalarsi.

Contro la società della sicurezza

Cosa significa questo per noi? Se ciò che sostiene Fromm è vero – e i dati attuali su disturbi d’ansia, depressione e malessere psicologico sembrano purtroppo confermare questa tesi – allora come individui moderni siamo chiamati a ridiscutere i valori e gli ideali su cui è fondata la nostra società, ed esplorare nuove vie di vivere la nostra esperienza umana, per recuperare la nostra salute:

La nostra cultura tende a creare individui che non hanno più coraggio e non osano più vivere in modo eccitante e intenso. Veniamo educati ad aspirare alla sicurezza come unico scopo della vita. Ma possiamo ottenerla solo al prezzo di un completo conformismo, e di una completa apatia. (I cosiddetti sani, p. 42).

Per quanto possa sembrare ingiusto, non è sorprendente che una società chieda agli individui di conformarsi alle proprie norme comportamentali ed esistenziali, in quanto la routine rende gli individui prevedibili e utili al funzionamento del sistema. Tuttavia ciò avviene a costo della rinuncia, da parte delle persone, della fiducia in sé stessi e della propria energia vitale, la quale rischia di rimanere paralizzata e inespressa.

Il processo di liberazione individuale non è affatto scontato, poiché mette in gioco paure radicate da tempo in noi, e ingigantite dalla società, tra cui la paura della libertà, dell’incertezza, del rifiuto, della disapprovazione. Ma affrontare queste paure è l’unico modo per ripristinare in noi una vitalità profonda e impiegarla in modo, allora sì, davvero fecondo e creativo, nella nostra esistenza e nei processi sociali in cui siamo coinvolti.

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